Il Pdl pressa Tremonti sulle pensioni e lui si rifugia dai lupi leghisti

Il presidente del Consiglio, da Arcore, segue attentamente i mercati, e ora a maggior ragione auspica – dice chi ci ha parlato – un’approvazione rapida e senza intoppi della manovra correttiva dei conti pubblici che la settimana prossima sarà discussa in Senato. Certo, il peggior calo delle Borse europee dal marzo 2009 a oggi nasce ancora una volta Oltreoceano, come dopo il fallimento di Lehman Brothers; e il meno 6 per cento di Piazza Affari non si spiega tanto con la situazione dell’Italia.
18 AGO 20
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Certo, il peggior calo delle Borse europee dal marzo 2009 a oggi nasce ancora una volta Oltreoceano, come dopo il fallimento di Lehman Brothers; e il meno 6 per cento di Piazza Affari non si spiega tanto con la situazione dell’Italia. Sono molti, troppi per un solo giorno, gli indicatori negativi giunti dagli Stati Uniti: i sussidi di disoccupazione sono più di quanto gli analisti si attendessero (vedi articolo sotto), idem per l’inflazione, mentre l’indice Fed di Filadelfia di agosto sulla manifattura è calato del 30 per cento, molto più di quanto gli analisti prevedessero.
A mali estremi, estremi rimedi. Così nel Pdl, si allarga il fronte di chi vuole rendere la manovra meno indigesta ai contribuenti, senza diminuirne il rigore, anzi. La soluzione ci sarebbe, secondo varie anime del partito di maggioranza su questo convergenti: la riforma delle pensioni. La “fronda” liberista del Pdl è scatenata in materia, e ieri i rappresentanti dell’area “lib” sono nuovamente tornati sul tema: Antonio Martino, tra i fondatori di Forza Italia e padre nobile del berlusconismo liberale, si è detto pronto a scendere in piazza se la manovra non cambierà; per Giorgio Stracquadanio, “con l’aspettativa di vita arrivata a 80 anni non è giusto che uno che va in pensione a 59 anni debba campare più di 20 anni a spese della collettività”; per Giuliano Urbani, ex ministro dei Beni culturali, “si ha paura di affrontare questi nodi, eppure l’alternativa è la bancarotta”. Mentre la compagine lib cresce (oltre a Guido Crosetto, sono dati in “quota” tra gli altri anche Santo Versace, Deborah Bergamini, Giancarlo Mazzuca, Alessio Bonciani, Lucio Malan, Giuseppe Moles, Isabella Bertolini e Enrico Costa), la novità è che sulla riforma delle pensioni altri esponenti meno “frondisti” del Pdl, e ascrivibili al milieu socialista con cui Martino e i suoi avevano polemizzato finora, aprono. Tremonti abbozza, ma non è detto che lasci inevasa la richiesta.
Uno dei “lab” di governo si è schierato ancora una volta ieri: il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, sulla prima pagina del confindustriale Sole 24 Ore si è lanciato in una lunga disamina del problema-pensioni, “una grande occasione da non perdere”. Il sistema “richiede ancora d’essere messo in equilibrio e sicurezza”, in particolare risolvendo due “anomalie”: le pensioni di anzianità e l’equiparazione del regime pensionistico femminile. Il ministro della Pa ha chiuso anche l’incidente dei giorni scorsi con Umberto Bossi, il leader della Lega nord che si era vantato di aver impedito proprio a Brunetta – e alla Banca d’Italia dietro di lui – di “toccare” le pensioni. Epiteti ingiuriosi alle spalle, con Bossi rimane però il problema politico, perché le due fronde del Pdl sembrano, in una strana eterogenesi dei fini, convergere a tenaglia sul leader della Lega e sulla (rinnovata) special relationship con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Il quale due giorni fa è arrivato a Calalzo per festeggiare i suoi 64 anni (compiuti ieri) col Senatur, e il regalo è stato una dichiarazione abbastanza esplicita: “Tremonti era a cena con noi: si sente sicuro quando è insieme a noi e non si sente abbandonato in mezzo ai lupi”. Lo schema, visto da fonti interne al Pdl, è diverso: il lupo Tremonti, indebolito dalle vicende giudiziarie del suo ex braccio destro Marco Milanese, un po’ infastidito dall’asse Berlusconi-Draghi sulla manovra, si è riavvicinato a Bossi, puntando magari proprio sulla difesa della previdenza attuale. Il Senatur ancora ieri rivendicava d’altronde di “aver salvato le pensioni” o, come dice Roberto Calderoli, “i diritti acquisiti”; anche se gli osservatori hanno notato su questo fronte il silenzio del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, più impegnato a impedire tagli eccessivi per gli enti locali.
Di là dalle schermaglie politiche, la Lega non può essere incolpata d’incoerenza sul tema: la posizione cauta dell’“asse del Nord” è stata oggetto perfino di ricerche scientifiche, come quella curata nel 2006 dalla Oxford University Press (“Structural reforms without prejudices”) da Vincenzo Galasso, docente di Economia politica alla Bocconi di Milano: “Allora studiammo pure il tentativo di riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi, nel 1994. Su questo la Lega decise di rompere l’alleanza – ricorda Galasso al Foglio – Non a caso il partito di Bossi era elettoralmente più forte in quelle circoscrizioni in cui le pensioni di anzianità erano relativamente più diffuse”. Nella legislatura 2001-2005, poi, la battaglia per diluire la riforma Maroni. Oggi la situazione non è cambiata, anzi: “Negli anni la Lega ha allargato il bacino di consensi, pescando soprattutto in un elettorato tradizionalmente di sinistra – conclude Galasso – E ciò spiega il persistere di una posizione conservatrice sul tema”.